F A L O'  E  C O L O R I   2 0 0 7          

Falò e colori a Monteiasi

10/25 Marzo 2007

Centro Culturale “Anonimo ‘74”,

Monteiasi 16.3.07

 

Collettiva degli artisti: Piero Andriani, Grazia Lodeserto, Pino Matichecchia, Pino Quarta e lo scultore Enzo Raguso.

(Analisi e commento critico di Angelo Scialpi)

 

1. Nella tradizione popolare, San Giuseppe è il santo protettore dei poveri e degli abbandonati. In questo giorno, si ricorda la sacra coppia di giovani sposi, in un paese straniero ed in attesa del loro Bambino, che si videro rifiutata l’ospitalità alla richiesta di un riparo per il parto. Questo atto, viola due sacri sentimenti: l’ospitalità e l’amore familiare, viene ricordato in molti paesi, come a Monteiasi, con l’allestimento di banchetti speciali, le tavole di San Giuseppe. Così in alcuni paesi, il 19 marzo di ogni anno, si usa invitare i poveri al banchetto di San Giuseppe. In questa occasione, un sacerdote benedice la tavola, ed i poveri sono serviti dal padrone di casa.

In alcune città, il banchetto viene allestito in chiesa, e, mentre due sacerdoti servono i poveri, un terzo predica per nove volte, tante quante le pietanze che vengono servite.

San Giuseppe è anche il simbolo della castità, e quindi tutore delle ragazze da marito. Questo santo è una delle figure più care alle famiglie, ed è uno dei beati ritenuti più potenti per la concessione delle grazie.

La festa del 19 marzo è anche associata a due manifestazioni specifiche, che si ritrovano un po’ in tutte le regioni d’Italia: i falò e le zeppole.

La celebrazione di san Giuseppe coincide con la fine dell’inverno, festa che si è sovrapposta ai riti di purificazione agraria, di origine pagana. In questa occasione, infatti, si bruciano i residui del raccolto sui campi, ed enormi cataste di legna vengono accese ai margini delle piazze. E’ infatti con la festa di san Giuseppe che si saluta definitivamente l’inverno e si comincia a sentire il profumo della primavera, così le vicende stagionali e gli antichi riti si uniscono alla festosità e alla devozione dei cristiani.

Alta rimane la tradizione dei falò. Cataste di legna che si fanno ardere in segno di purificazione, di ritorno alla vita, di rivelazione di luce; quella luce che soltanto persone elette possono governare per illuminare gli uomini.

C’è anche un aspetto molto umano che va considerato. San Giuseppe è un laico nel senso più pregnante della parola, esempio mirabile di padre, lavoratore esemplare, artigiano finito: un modello costante. Il suo è un patronato che deriva da una realtà interiore, in quanto patrono della vita spirituale. Percorrere come padri di famiglia le sue orme, significa gioire nelle famiglie ed essere modelli di rettitudine non soltanto per la propria famiglia: una sublime opportunità di crescita per tutti i suoi membri. Se talvolta la fatica farà scendere lacrime di sudore, saranno gocce per alimentare la volontà di procedere e crescere insieme.

 

2 – Incontrare tanti artisti che certamente nobilitano la nostra terra di appartenenza e la proiettano ben oltre i confini nazionali, è evento di raro accadimento, oseremmo dire quasi impossibile se non fosse per un richiamo particolare, di fede e dell’anima, che avvolge tutti e li racchiude nella sua veste di grande artista e di uomo esemplare: San Giuseppe.

Inizialmente estemporanea di pittura, poi collettiva, l’Associazione socio-culturale “Anonimo ‘74” continua a mantenere da sempre questo tradizionale incontro con l’arte figurativa, tesa ad avvalorare la dimensione dell’arte attraverso la sua preziosa ispirazione che permette all’uomo di evidenziare espressioni e messaggi che sfuggono alla normalità. In questo senso l’arte è il vero grande motore dell’umanità e del progresso della vita.

L’arte è quella forza interiore specifica di una ispirazione che coinvolge e si diffonde in altri campi della creatività. L’arte è la diversità per molti; la verità per il mondo!L’arte dello scrivere, della pittura, della musica, della scultura, l’arte dell’operare scientificamente nell’agire quotidiano, l’arte di pensare, ci conducono per mano in un mondo altro che appare essere eterno e che continua a trasmettere sensazioni sublimi della capacità dell’uomo, in un percorso continuo del miglioramento dell’anima e dello spirito.

Certi artisti sono simili a degli dei viventi che ci indicano il percorso eterno del divenire dell’uomo, reso fecondo e bello dalla loro ispirazione. Senza il loro passaggio terreno non avremmo mai potuto segnare le tappe di un possibile avvicinamento a Dio ed all’eternità. Sono loro i soli a creare la sensazione che le arti sono gli abbellimenti del mondo e sono un tutt’uno che ti avvolge nella visione del bello, nell’ascolto del sublime, nella formazione dell’uomo, nella espressione interiore della verità tramite il colore, la parola ed il suo ermetismo che si adegua ai tempi custodendo slealtà, menzogne, odi, paure ed errori. L’arte intesa come la verità del mondo!

 

3. Piero Andriani. Di lui dicono che ama l’ambiente che lo ha allevato e si strugge a ricercare i segni ideali tracciati dalla storia. Andriani sa bene che l’uomo non può esistere senza riferirsi al proprio ambiente, alla propria terra che sempre gli stringe la gola come cappio d’amore. La ricerca di Piero va oltre ogni possibilità di riprendere la realtà, che, al contrario, la ricerca nel surrealismo che per l’artista rimane il vero punto d’incontro della sua ricerca interiore. Non è il tempo che conferisce valore alla vita, ma quello che una persona compie, nella sua pur breve vita, in quanto appartiene sempre alla eternità. Il tempo è il motivo principale della sua ricerca artistica, sia quando prova a scavarlo nei visi di persone, o a tratteggiarlo forte, quasi con ira creatrice, che quando prova a fermarlo nelle sue nature morte che morte lo sono in quanto non permettono, non hanno permesso, all’uomo del sud di ritrovare la via del progresso e della libertà, dell’affrancamento e della democrazia.

     Il suo pennello rimane sempre pronto a definire questo alone di mistero che conferisce realismo anche alle cose effimere, ma quando si tratta dei sentimenti essi non possono che ricadere nella vita di ognuno e determinare la ricerca di come l’uomo dovrebbe essere per rimanere nella esistenza terrena. In Piero Andriani è diffuso un forte senso della realtà che rimane velata da un agire confuso e disordinato dell’uomo. Vivere appare essere una missione, una forte opportunità per segnare l’orologio del tempo e rimanere tra le cose eterne della natura, di quell’ambiente che lo ha sempre avvolto e custodito.

     Di lui Gianni Amodio dice che “la icasticità delle sue immagini umane è sconvolgente quando l’artista intende esprimere un forte travaglio interiore o una indicibile tristezza di varia origine”.

 

4. Grazia Lodeserto, assieme a non molti altri, rappresenta l’espressione possente dell’arte nostrana che è riuscita a proiettarsi oltre, molto oltre i confini regionali e nazionali. Grazia ha inteso ricercare e coniugare la sua arte con quella dei grandi simbolisti, gli ermetici di un pensiero blindato ai più, ma colmo dell’attualità, vera e a volte feroce, che deve rimanere avvolta dal mistero dell’arte ma anche custodita dalla semplice interpretazione.

Grazia ha sempre amato la osservazione e l’ambiente: due cose che racchiudono la perennità e che nulla hanno a che vedere con l’immagine fine a se stessa, con la rappresentazione, con la trasposizione sulla tela di una visione soltanto. Pensiero e ambiente si fondono al punto tale da divenire un tutt’uno, andando a definire una espressione artistica in cui l’uomo di sempre, grazie alla sua espressione narrativa che va a stratificarsi persino sulla roccia, sembra voler conferire alla natura il valore eterno della parola.

     I colori fanno il resto. Interpretare Baudelaire, Yeats, Joyce, Conrad, Orwell, Musil ha significato interagire strutturalmente con il pensiero letterario degli ultimissimi secoli, fino a renderlo attuale, contemporaneo, appartenente ad ogni tempo, proprio come sono il pensiero e l’arte. La pittura della Lodeserto non si limita a riprodurre, ma a ripresentare, in chiave artistica, ogni valore semantico e paradigmatico della considerazione, fino a fonderla per riproporla in chiave fortemente ermetica, ma nella lingua universale della immagine visiva e interpretativa, recuperando ed esprimendo quel primato della vita interiore.

      Giovanni Dotoli afferma che Grazia Lodeserto “vive i colori di Baudelaire, pensa ai colori di B., i colori dell’ideale e soprattutto dello spleen dell’uomo dei tempi moderni. Segreti, paure, drammi, sogni avventure, ideali, arcani desideri di ognuno di noi trovano una tragica ma pacata sceneggiatura”.

 

5. Pino Matichecchia. Vincitore della prima estemporanea del 1974, Matichecchia riesce ad allungare lo sguardo sulle cose semplici e umili fino ad attraversarle interamente per ridare loro un valore, una dignità, una utilità, un ruolo. Il suo senso della considerazione e del rispetto delle cose tutte, anche le più inutili, si trasforma, e questo è il segreto dell’ispirazione artistica, in occasione di recupero di quella utilità che è sostegno alla vita di ognuno e servizio a superare le difficoltà e contenere le esigenze. Non mi è mai capitato di osservare un cencio, un bidone arrugginito, un oggetto buttato via senza riuscire a soffermarmi sul valore che quelle cose, apparentemente inutili, riescono a conferire alla terra sulla quale sono depositate, all’erba sulla quale sono adagiate, al sole sotto il quale continuano a vivere la loro trasformazione, all’aria che si colora per aver organizzato il nulla in cose servizievoli e le attraversa ancora col valore di un tempo, all’aria che riesce ad illuminarle con i suoi riflessi. Non è poca cosa se un artista riesce a far parlare gli umili oggetti ormai desueti, le vecchie cose personali, i tanti rifiuti che apparentemente non servono più, ma per i filosofi dell’ilozoismo essi continuano a vivere la loro esistenza legati a coloro i quali li hanno utilizzati e se ne sono serviti, conservandone gli odori dell’utilizzo da parte dell’uomo.

     I colori, poi, di Matichecchia, sono la parola vivente del suo messaggio intimo e il soffio che lascia inalterato tutto quanto ai più sembra ormai andato col tempo: stracci che un tempo hanno vestito, bidoni che hanno permesso lavori, mattoni che si sono trasformati in case, e via con quanto può definirsi all’origine di molte cose.

     La sensazione che si prova nell’osservare le opere di Matichecchia è simile a quella che si prova quando si va a teatro per assistere ad una prima che poi scopri essere del nouveau thèatre, del teatro dell’assurdo, in cui rimani ad aspettare qualcuno sulla scena che non arriva mai, mentre vedi un via vai di stracci che passano e si nascondono, spiano e si ritraggono, cercano di entrare ma si vergognano, e sì perché l’uomo non c’è più per essere stato travolto dai vizi e dalla corruzione, dalla depravazione e dalla perdizione. Rimangono gli stracci, e non soltanto, inanimati in cerca di corpo, anche se fanno capolino nella luce della speranza.

 

6. Pino Quarta. Forse, più di tutti, Pino Quarta è la persona più vicina alla figura di San Giuseppe. Semplice, buono, amante della natura, Pino ti trasmette il calore della vita e la gioia di vivere. A sentirlo discorrere pacatamente e soddisfatto delle proprie cose, ma anche meravigliato della sua capacità di dipingere con gli acquerelli, afferma che è meravigliosa la tecnica dell’acquerello perché non ti permette di ripensare quello che hai dipinto, ma ti costringe ad andare avanti ed a creare continuamente ispirato dalla creatività interiore. “Che cosa è quell’arnese?” “Non lo so – mi risponde – è stato preso presso le Grotte di Zinzulusa”. Forse è una lucerna, ma di sicuro illumina le brocche senza vino, simbolo dell’inverno e della stagione del riposo della terra e anche del contadino, contorniate da foglie di viti secche. Quel rametto di mandorlo fiorito! L’ha raccolto e l’ha messo sul tavolo. E’ venuta fuori quella immagine che lascia costantemente fiorito quel ramo che rappresenta il risveglio della natura, ma anche la meravigliosa esplosione creativa della terra. Una pittura simbolica che attiene ai valori semplici della natura, ma eterni, come quel vortice in cui trova spazio l’ultimo passo di una danza che avrebbe messo a tacere per sempre quel cigno bianco. C’è luce: il sole e la candela: l’inizio e la fine. A ben guardare questa brava figura si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad una persona veramente per bene che ha fatto dell’arte una sua espressione privilegiata e della osservazione un suo modo di vedere le cose e di osservare la natura, che sempre, rimane la sola in grado di custodire la nostra intimità e il nostro pensiero.

 

7. Lo scultore Enzo Raguso. Natura e plasticità si fondono per creare sensazioni ed emozioni. Sembra che a scolpire il pensiero, proprio come quando si fonde un metallo per ricrearlo a nuova percezione. Nella scultura il piano compositivo è dato dal corpo che assume sembianze semantiche ed esprime, attraverso i lineamenti, i risvolti del pensiero che racconta il sentimento traducendo il linguaggio eterno del silenzio eloquente. Materia e spirito si fondono fino a creare immagini che rimangono vere nella realtà e trasfondono un senso di continua armonia con la stessa anima. Osservate quel volto di Cristo! Sembra contenere la sofferenza del mondo, mentre il suo volto contiene gli schiaffi che la modernità continua ad allungare a riprova della perduta dignità e di una morale ormai tutta da rifondare. A Cristo ci si rivolge quando si è al limite della sopportazione e quando si cerca la speranza, perché dall’altra parte dilaga la caduta dei costumi. Molto bella l’unione dei corpi che Raguso riesce a creare facendo nascere il desiderio dell’unione che è appartenenza prima di essere possesso. La scultura appare così essere il carattere della umanità in cui viene lasciata al fruitore la possibilità di iniziare il viaggio verso la immaterialità o evitare di pensare alla materialità. Geometria e forme si incontrano per definire quella che per molti rappresenta la sezione aurea dell’ispirazione artistica.

 

                                                  Angelo Scialpi